mercoledì 13 dicembre 2017

Malattia di von Willebrand

La malattia di von Willebrand è una delle forme ereditarie più comuni nel cane ed è considerata un’alterazione dell’emostasi primaria. Per comprendere meglio l’eziologia della malattia occorre chiarire alcuni aspetti. Con il termine “emostasi primaria” si intende la prima parte del processo fisiologico che l’organismo animale mette in atto per arrestare il sanguinamento da soluzioni di continuo dell’albero vascolare.

L’emostasi primaria è costituita da due fasi:

  • Fase vasale caratterizzata da un’iniziale vasocostrizione riflessa da parte del vaso interessato dalla rottura per evitare la minor perdita ematica possibile, a cui segue un rallentamento del flusso sanguineo.
  • Fase piastrinica che comporta l’adesione delle piastrine nel sito interessato, seguita dalla loro attivazione, liberazione dei fattori piastrinici e aggregazione di esse. Il susseguirsi di questi eventi a cascata porta alla formazione del tappo piastrinico in pochi secondi.

La malattia di von Willebrand è causata da un’alterazione quali-quantitativa del fattore von Willebrand (vWf), una glicoproteina prodotta prevalentemente dall’endotelio dei vasi, la quale ha il compito di interagire con le piastrine e partecipare attivamente alla cascata coagulativa.

Se ne riconoscono tre tipi:

  • Tipo 1: il vWf è ridotto ma non assente (valori inferiori al 50% del normale). E’ la forma più comune e causa dei sintomi da lievi a moderati. Le razze predisposte sono Doberman, Pastore tedesco, Akita , Airedale ed Manchester Terrier.
  • Tipo 2: il vWf è strutturalmente anomalo e non riesce a formare i multimeri più voluminosi che servono a renderlo attivo nella cascata coagulativa. Causa sintomi da moderati a gravi e le razze soggette sono Bracchi Tedeschi a pelo corto.
  • Tipo 3: il vWf è praticamente assente. I sintomi sono molto gravi in quanto manca completamente la capacità di adesione delle piastrine ai tessuti vascolari. Le razze predisposte sono cani da pastore Scozzese Shetland e gli Scottish Terrier.

malattia von Willebrand

Genericamente i sintomi che più caratterizzano la malattia sono epistassi (emorragia nasale), ematochezia (sangue nelle feci), ematuria (sangue nelle urine), anemia, eccessivo sanguinamento durante una chirurgia.

Qualora il medico veterinario abbia il sospetto di tale patologia, sono diversi i test diagnostici cui è possibile sottoporre l’animale, come dalla valutazione del “tempo di sanguinamento buccale”, fino a test genetici attendibili al 100%.

Una volta diagnosticata la malattia occorre prestare particolare attenzione alla vita che conduce l’animale. Bisogna infatti evitare che il cane si tagli anche solo con un bastoncino, giochi in maniera brusca o gli vengano somministrati farmaci anticoagulanti.

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martedì 5 dicembre 2017

La tosse cronica bronchiale nel cane

La tosse cronica bronchiale nel cane, è una condizione patologica nettamente diversa dalla bronchite cronica dell'uomo. Nell'uomo infatti la bronchite cronica ostruttiva (COPD) è quella tipica del fumatore con enfisema, quindi interessamento polmonare. Nel cane invece, anche in ambiente di fumatori non si sviluppa bronchite cronica né enfisema.
La tosse cronica bronchiale è una patologia esclusiva delle vie aeree e quindi dei bronchi. Non è una patologia dei polmoni.
I pazienti con questa condizione rispondono molto bene ai corticosteroidi . Purtroppo invece in corso di fibrosi interstiziale i corticosteroidi non danno beneficio, il paziente si affatica tanto ed è una situazione molto debilitante.

tosse cronica bronchiale cane
Prendiamo in considerazione alcune leggi della fisica per capire alcune meccaniche respiratorie.
Legge 1: Una riduzione anche minima del diametro delle vie aeree determina un importante deficit di aria
Legge 2: E' il principio di Bernouilli secondo il quale quando la velocità dell'aria aumenta, la pressione diminuisce
In corso di tosse cronica bronchiale la presenza di muco nelle vie aeree determina una diminuzione del loro calibro, questo determina un aumento della velocità dell'aria che provoca a lungo andare il collasso delle vie aeree.
Purtroppo non esistono test per emettere una diagnosi.
Si possono eseguire dei radiogrammi in inspirazione e in espirazione.
In corso di patologia il cane tossisce tutti i giorni da mesi.
Nel gatto invece aumenta la frequenza respiratoria al contrario del cane che respira normalmente.
Spesso lo sforzo tussigeno determina bronchiectasia (bronchi dilatati). In questi casi spesso si assiste a forme di polmonite in seguito a colonizzazione batterica.
Questo quadro si verifica soprattutto in proiezione latero-laterale soprattutto nei bronchi principali.
A volte in radiografia si possono trovare restringimenti a livello della carena e questo potrebbe essere l'unico segno.
tosse cronica bronchiale cane.png 2
Cosa può causare la tosse cronica bronchiale?
-A volte può insorgere in corso di cardiopatie. Ed in questo caso si consiglia l'utilizzo di sedativi per la tosse;
-E' possibile che insorga anche nei cuccioli a causa di una broncomalacia congenita. In questo caso i soggetti presentano gravi difficoltà respiratorie
In ogni caso se il paziente non risponde alle terapie steroidee con alta probabilità non è affetto da tosse cronica bronchiale.
Per quanto riguarda il trattamento in realtà gli antibiotici non servono perchè spesso non è presente infezione, e se il quadro migliora con questi allora non si tratta di tosse cronica bronchiale.
L'uso dei broncodilatatori è molto discusso. Si possono usare ma i cani non presentano broncocostrizione come i gatti, per cui sembra non abbiano effetto nella specie canina.
La terapia d'elezione è il Prednisolone a partire da 1 mg/kg per via orale ogni 12 ore per una settimana e poi a scalare. Si nota miglioramento già dopo 2 giorni e si può poi restare entro un range di sicurezza.

A cura della dott.ssa Katiuscia Camboni

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martedì 28 novembre 2017

L'ipoglicemia nel gatto

L’ipoglicemia nel gatto è un’evenienza abbastanza rara e di solito è causata di una dose eccessiva di insulina anche se possono esserci altre cause.
I gatti con ipoglicemia presentano segni clinici quali debolezza, letargia, tremori, crisi convulsive fino alla morte.


Tra le principale diagnosi differenziali dell’ipoglicemia ci sono:
  •    errori di laboratorio quali errato utilizzo dei glucometri portatili o separazione ritardata del siero dopo il prelievo del campione
  •          dosaggio eccesivo di insulina in corso di terapia per il diabete
  •             sepsi o gravi condizioni infiammatorie
  •        problemi epatici congeniti come shunt o acquisite come le neoplasie
  •        digiuno prolungato o grave malnutrizione



L’iter diagnostico di fronte ad un gatto con ipoglicemia inizia con l’esclusione degli errori di laboratorio.

Una volta stabilito che l’ipoglicemia è reale si procede con l’esecuzione dell’emocromocitometrico e del profilo biochimico compresi gli acidi biliari per mettere in evidenza un’eventuale disfunzione epatica o un processo settico.
Successivamente si dovrà eseguire un’ecografia addominale per rilevare un’eventuale neoplasia.
L’ipoglicemia, se sintomatica, richiede sempre un trattamento di emergenza per non mettere a rischio la vita del paziente. Se il paziente è a domicilio ed è cosciente, nell’attesa di istituire un’idonea terapia, si può somministrare zucchero o miele sulle mucose.

Soprattutto se il paziente è diabetico in terapia con insulina è bene che il proprietario abbia sempre a portata di mano un kit di emergenza.  
A seconda della gravità dell’ipoglicemia possono essere necessari trattamenti diversi:
-se l’ipoglicemia è lieve e il paziente è cosciente devono essere somministrati piccoli pasti molto frequenti controllando frequentemente il valori del glucosio nel sangue



- nei casi più gravi la terapia prevedere la somministrazione endovenosa di destrosio che dovrebbe portare a un miglioramento nell’arco di 5-10 minuti

L'ipoglicemia rappresenta sempre un'emergenza e quindi in caso di sospetto o sintomi compatibili in un animale in trattamento con insulina è sempre bene rivolgersi tempestivamente ad una clinica veterinaria in grado di gestire in maniera idonea l'emergenza.
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martedì 21 novembre 2017

La carenza di vitamina C nella Cavia

La carenza di vitamina C nella cavia rappresenta una grave patologia per questo piccolo animaletto domestico.

La cavia, infatti, è uno dei pochi mammiferi incapaci di sintetizzare autonomamente la vitamina C. Per questo motivo risulta indispensabile fornirgliela dall’esterno, tramite l’alimentazione o prodotti specifici farmacologici.

Il fabbisogno giornaliero di vitamina C per una cavia in salute è compreso tra 10 e 30 mg/kg. In alcune condizioni, patologiche o fisiologiche, però il fabbisogno aumenta: in corso di gestazione, crescita, lattazione, stress o malattie concomitanti.

Cavie e cuccioli

E’ necessario fornire quotidianamente un’integrazione di vitamina C. Questa può essere fatta assumere alla cavia tramite un’alimentazione molto varia con verdura e frutta ricche di questa vitamina, come le brassicacee (cavoli, verze, broccoli e simili), ravizzone, peperone (rosso soprattutto), tarassaco, erba di campo, prezzemolo ed agrumi (arance e mandarini). Altri alimenti come mele, carote ed insalata ne sono, invece, poveri.

Una corretta alimentazione è assolutamente fondamentale per la salute delle cavie. Errori alimentari, come la carenza di vitamina C, possono predisporre questi delicati animaletti a svariate problematiche.

Cavia e peperone (2)

La patologia data dalla carenza di vitamina C (od acido ascorbico) prende anche il nome di scorbuto ed è caratterizzata da sintomi di diversa gravità legati all’apparato gastro-enterico, articolare, dermatologico e sanguigno.

La vitamina C ha un ruolo fondamentale nella sintesi del collagene, proteina presente nei vasi sanguigni, nella pelle, nei muscoli e nelle ossa. Proprio per questo, una sua carenza può provocare:

- alterazioni all’integrità dei vasi sanguigni con possibili emorragie soprattutto articolari e gengivali;

- degenerazione della mucosa intestinale ed infezioni batteriche secondarie, con conseguenti stasi gastro-intestinale, diarrea ed anoressia (riduzione od assenza di appetito);

- problemi dermatologici, come pelo opaco ed ispido, arruffato e pododermatiti (infiammazioni a carico delle zampe posteriori);

- disturbi articolari con tumefazioni o dolore a livello delle articolazioni soprattutto degli arti posteriori e riluttanza al movimento;

- alterazioni nello sviluppo di ossa e denti con instabilità dentale e conseguenti problemi di malocclusione.

In caso di carenze parziali i sintomi possono essere vaghi e poco specifici, come zoppie, diarrea e scarso appetito. In caso, invece, di gravi carenze si può arrivare addirittura alla morte.

E’ molto importante quindi essere informati correttamente sulle esigenze nutrizionali di questi roditori e fornire quotidianamente vitamina C con un’ottima alimentazione o con specifici preparati farmaceutici secondo il consiglio del proprio veterinario!

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martedì 14 novembre 2017

Frattura da Avulsione della Tuberosità Sovraglenoidea della Scapola

Oggi parliamo della frattura da avulsione della tuberosità sovraglenoidea della spalla del cane, una patologia relativamente frequente e debilitante per l’animale.

La spalla è un’articolazione complessa, all’interno della quale si trovano non solo legamenti, ma anche importanti strutture tendinee. La spalla è mantenuta in sede da un complesso sistema di stabilizzazione, rappresentato da legamenti, tendini, muscoli e dalla capsula articolare, che impedisce all’articolazione di compiere movimenti nelle diverse direzioni.

Nel caso in cui però una di queste strutture venga danneggiata, in seguito a micro e macro traumi, l’instabilità articolare che si crea, rappresenta il punto di partenza di alcuni disturbi ortopedici. Le lesioni legamentose e l’instabilità di spalla sono patologie piuttosto frequenti ad oggi ancora misdiagnosticate. Esse caratterizzano prevalentemente cani di taglia media e grande. Per instabilità di spalla si intende un aumento patologico del raggio di ampiezza del movimento articolare scapolo-omerale, che può essere sia mediale sia laterale.

frattura-spalla

Alla base di questa patologia vi sono delle lacerazioni o lassità delle strutture muscolari e legamentose mediali o laterali. Tali fenomeni sono di solito causati da traumi di carattere cronico, a dispetto di quelli acuti, esitando nell’instabilità di spalla e nella sublussazione dell’articolazione stessa. Le strutture colpite possono essere la capsula articolare, i legamenti gleno-omerale mediali e laterali, il tendine del muscolo sottoscapolare ed il tendine del muscolo del bicipite brachiale

La frattura d’avulsione delle tuberosità sovraglenoidea della spalla colpisce prevalentemente i cani durante la loro fase di crescita, in quanto nei giovani la struttura ossea non è ancora ben consolidata

Cos’è una frattura da avulsione? È una frattura causata da una brusca e violenta contrazione muscolare che determina un distacco osseo in corrispondenza dell'inserzione tendinea del muscolo stesso.

Questo tipo di frattura, non cosi’ frequente, si verifica a carico delle fisi di accrescimento della tuberosità sovraglenoidea della scapola. E’ causata da una trazione eccessiva da parte del tendine del muscolo bicipite brachiale che trae origine dalla tuberosità stessa. La lesione si rende manifesta in soggetti in cui la fisi è ancora aperta, cioè prima dei 5 mesi di vita del cane, età intorno alla quale la fisi della tuberosità sovraglenoidea si chiude completamente.

La diagnosi è clinica, la conferma si ha tramite uno studio radiografico.

La terapia è essenzialmente chirurgica e prevede la stabilizzazione della frattura mediante vite a compressione, in modo da annullare le forze esercitate dal tendine del bicipite. La prognosi è buona, ma dipende dalla tempestività dell’intervento e dalla stabilità ottenuta con la chirurgia.

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mercoledì 8 novembre 2017

Il gattino: manuale d'uso



L’arrivo di un gattino a casa, così come di qualsiasi altro animale, dovrebbe sempre essere una scelta consapevole e meditata perché richiede responsabilità e conoscenza di poche ma fondamentali nozioni volte a garantire sia il benessere nel nuovo amico a quattro zampe, sia una serena convivenza. Bisogna innanzitutto imparare una prima e imprescindibile regola per entrare col piede giusto nel mondo felino ossia: il gatto NON è un piccolo cane. Personalmente invito a non dimenticarlo mai, il vostro micio difficilmente tollererà fraintendimenti in tal senso... Principalmente sono due gli aspetti che ci si trova a dover gestire: la creazione di un ambiente “a misura di gatto”, inteso non soltanto come organizzazione logistica degli spazi, ma anche come corretta interazione sociale col nuovo co-inquilino e, non meno importante, la sua salute.
Per comprendere appieno le esigenze dei felini bisogna conoscerne la natura, rimasta invariata nonostante il processo di domesticazione. I gatti sono animali profondamente territoriali, abitudinari, amanti della prevedibilità e della familiarità, cacciatori solitari, in grado di badare a se stessi in ogni condizione e, pertanto, estremamente bravi a mascherare qualsiasi segno di malessere o stress. In situazioni di ansia o di pericolo percepito istintivamente prediligono il nascondersi piuttosto che lo scontro diretto; hanno un sistema sociale flessibile, non escludono la possibilità di convivenza con altri gatti con predilezione verso i “consanguinei”, cosa da tener presente se si vuole adottare più di un felino. Tendono a comunicare sia mediante il contatto che l’olfatto, rilasciando feromoni attraverso il muso e le zampe. Quanto descritto è insito nel DNA del gattino ma non ancora espresso, quindi spetta a noi garantirgli un ambiente adatto a crescere e sviluppare il proprio “potenziale  felino” nel modo più corretto ed equilibrato possibile.


All'arrivo a casa, buona norma sarebbe consentire al piccolo di accedere solo ad una stanza per qualche giorno, allestita con tutto il necessario (ciotole, lettiera, luogo di ricovero, giochi). La voglia di esplorare appartiene al normale processo di crescita del giovane felino, sebbene non abbia ancora tutte le risorse necessarie per gestire eventuali pericoli o nuovi incontri, pertanto la scoperta dell'abitazione e di eventuali conviventi animali dovrebbe procedere per gradi e, almeno inizialmente, sotto controllo del proprietario.
Un ambiente “a misura di gatto” va allestito secondo criteri piuttosto precisi:
1. disponibilità di luoghi sicuri: scatole, cucce chiuse, palestrine a più piani dotate di almeno una cuccia su un piano, amache rialzate e tutto ciò che può garantire al gatto la possibilità di “nascondersi” o controllare indisturbato il territorio qualora lo reputi necessario
2. disponibilità di risorse multiple e separate (soprattutto se ci sono più gatti): per risorse si intende cibo, acqua, aree di toelettatura, aree per le marcature mediante graffi, aree di gioco, aree di riposo e sonno: sono tutte ideali “zone” in cui il gatto suddivide il proprio territorio, ciascuna fondamentale per vivere “secondo natura” e ridurre lo stress dell'animale.
3. possibilità di esprimere l’istintivo predatorio: il gatto di casa non ha dimenticato cosa significa essere felino, ed il gioco rappresenta per lui un modo attraverso cui può esprimere le proprie capacità predatorie. Questo è realizzabile se si fornisce al nostro amico a quattro zampe giochi e/o se si rende “dinamico” l’atto di nutrirsi, ad esempio, lanciandogli crocchette da rincorrere o ponendo la ciotola in luoghi che richiedono una certa strategia per esser raggiunti
4. opportunità di sperimentare relazioni positive, prevedibili e frequenti con gli umani: le interazioni con gli umani dovrebbero essere incentivate sin da piccoli e condotte sempre con gentilezza, toni pacati ed non durare troppo a lungo. Ogni gatto ha la propria personalità e preferenze, mutevoli nel tempo, che bisognerebbe imparare a conoscere e rispettare: non forzare mai il contatto, è meglio lasciare all’animale l’iniziativa. Abituarlo da subito a essere manipolato e toccato in tutte le parti del corpo, attraverso brevi “sessioni” giornaliere ricordando che i felini prediligono essere accarezzati dietro le orecchie e sulla testa, meno sulla pancia.

Un discorso a parte merita il trasportino: questo dovrebbe diventare una sorta di “trait d'union” tra l'ambiente rassicurante e conosciuto in cui vive il gattino (casa ed eventuale giardino) e l’ignoto mondo esterno. I felini sono molto restii a ogni genere di cambiamento, hanno bisogno di avere tutto sotto controllo, di conoscere ogni millimetro del territorio che li circonda. Portarli “altrove” risulta sempre stressante ed è qui che entra in gioco il trasportino come “pezzo di casa” che viaggia col gatto, dandogli sicurezza e tranquillità qualora lo si debba spostare in altri luoghi, a maggior ragione dal veterinario!. Buona norma, quindi, è lasciare sempre il trasportino a disposizione del nostro amico a quattro zampe, riempendolo con indumenti, coperte o asciugamani dall'odore familiare e qualche gioco e/o bocconcino per renderlo più “attrattivo”.
Per quanto riguarda la gestione “sanitaria” del gattino, le prime vaccinazioni andrebbero eseguite minimo dopo le 9 settimane  ed il corretto protocollo viene stabilito insieme al medico veterinario in base allo stile di vita dell'animale, ossia alla possibilità o meno che questi possa entrare in contatto con altri gatti di cui non si conosce la situazione sanitaria. Essenzialmente esistono due tipi di vaccini: uno protettivo nei confronti delle malattie respiratorie e gastro intestinali ed uno verso la leucemia felina, patologia invariabilmente mortale. Entrambi richiedono due iniezioni distanziate 3-4 settimane ed un richiamo entro i 12 mesi di vita: da qui in avanti, , come già detto, i protocolli varieranno a seconda dello stile di vita del gatto. Nel caso in cui si dovesse poi portarlo all'estero, lo si deve sottoporre alla vaccinazione antirabbica e, contestualmente, all’applicazione del microchip, requisiti necessari per richiedere il passaporto.  Un fondamento imprescindibile della medicina felina è quello di verificare mediante test ambulatoriale, indipendentemente dalla provenienza del soggetto, che questi sia esente da leucemia (FeLV) ed immunodeficienza felina (FIV): l’indagine può esser svolta a partire dai due mesi di vita e, in ogni caso, prima di procedere con la vaccinazione contro la leucemia felina.

I parassiti intestinali richiedono trattamenti una volta al mese, a partire dalle 8 settimane, per almeno 3 volte poi in base allo stile di vita: per gatto outdoor ogni 4 mesi; i parassiti esterni (pulci e zecche) prevedono trattamenti tutto l’anno, mensili se si usano prodotti spot on oppure con collari specifici per gatti, la cui durata è variabile. Per quanto concerne la castrazione/sterilizzazione, l’età minima per eseguirla è 6 mesi di vita nel maschio, dopo il primo calore per la femmina.
In ultimo, ma non meno importante, l’alimentazione considerata fondamento per un corretto accrescimento: una corretta abitudine è lasciare crocchette a disposizione tutto il giorno e dare cibo umido mattina e sera, utilizzando linee gattino (kitten) secondo consiglio del proprio veterinario. Andrebbe evitato dare avanzi dal tavolo, soprattutto se contenenti carboidrati (pane, biscotti, dolci), poiché i gatti sono carnivori puri il che significa che non hanno alcuni enzimi in grado di digerire correttamente i suddetti. Dopo lo svezzamento, il latte non rappresenta più un alimento necessario e può persino diventare deleterio causando gravi diarree a causa proprio dell’incapacità di molti di digerirlo.
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martedì 31 ottobre 2017

Soffio Cardiaco nel Gatto

La presenza di un soffio cardiaco nel gatto è un segno clinico che va sempre approfondito mediante ulteriori indagini diagnostiche, quali l’ecocardiografia, la misurazione della pressione ed eventuali esami ematologici.
Non sempre l’auscultazione è semplice. Il gatto, più del cane, è spesso poco collaborativo.

Talvolta la sola contenzione del paziente sul tavolo di visita è complessa, l’auscultazione in questi casi può diventare quasi impossibile.

Il gatto va contenuto con decisione, ma evitando un’eccessiva compressione della cassa toracica.

Il torace nei gatti è comprimibile ed una forte compressione da parte del veterinario per poter contemporaneamente contenere ed auscultare il paziente può causare un soffio iatrogeno per ostruzione dinamica del tratto di efflusso destro.
Un altro problema è il gatto che fa le fusa.
In questi casi il problema non è il contenimento, ma come interrompere le fusa.

I metodi comunemente in uso per far smettere un gatto di fare le fusa sono fare un rumore, soffiare nelle orecchie, far scorrere l’acqua da un rubinetto, spruzzare uno spray.

Da uno studio pubblicato recentemente, apparentemente il metodo più efficace nella maggioranza dei gatti è far scorrere l’acqua da un rubinetto vicino, seguito dall’azionamento di un apparecchio per aerosol.

I soffi nel gatto spesso sono variabili con la frequenza cardiaca, in quanto associati ad una stenosi dinamica del tratto di efflusso destro o sinistro, che aumenta all’aumentare della frequenza cardiaca. Pertanto, è buona norma auscultare un gatto sia quando è tranquillo sul tavolo, sia dopo averlo stressato per provocare un aumento della frequenza cardiaca.

soffio cardiaco nel gatto

Bisogna infine ricordare che nella maggior parte dei casi, i soffi nel gatto sono parasternali. Pertanto, l’auscultazione a livello dei focolai di auscultazione classici che abbiamo come riferimento nel cane non permette la rilevazione del soffio che può essere molto localizzato immediatamente adiacente allo sterno.

Mentre nel cane il reperto di un soffio è quasi sempre associato ad una patologia cardiaca, nel gatto la presenza di un soffio non è sempre correlato alla presenza di una cardiopatia.

Esistono poi patologie non primariamente cardiache che possono determinare la comparsa di un soffio, tra cui l’ipertiroidismo e l’ipertensione sistemica.

Il meccanismo per cui può comparire un soffio in seguito ad ipertiroidismo è lo stato ipercinetico associato all’aumento della portata cardiaca e la riduzione delle resistenze periferiche.

L’ipertensione sistemica, invece, è frequentemente associata a stenosi dinamica del tratto di efflusso destro o sinistro. La vecchiaia può essere un fattore associato

alla comparsa di un soffio.

Il motivo non è chiaro, si pensa possa essere legato al “coricamento” del cuore all’interno della cassa toracica che determina una diversa angolazione dei grossi vasi

rispetto al cuore.

Infine lo stress della visita determina, nel gatto più che nel cane, un aumento dello stimolo catecolaminico che può portare alla comparsa di un soffio eiettivo non patologico.

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lunedì 30 ottobre 2017

La feromonoterapia

  • Che cosa sono i feromoni?

I feromoni sono sostanze chimiche utilizzate come mezzo di comunicazione sia nel mondo animale che vegetale. Nel mondo animale questa tipologia di comunicazione viene utilizzata da insetti,pesci ,rettili e mammiferi. I feromoni vengono escreti nell'ambiente esterno e sono in grado di modificare il comportamento di un altro animale ricevente appartenente alla stessa specie. Tra i mammiferi i carnivori possiedono il maggior numero di strutture adibite alla produzione di feromoni. Nonostante i numerosi studi a riguardo è ancora in parte sconosciuto il meccanismo fisiologico attivato dalle secrezioni feromonali.


Nei mammiferi sono secreti in maniera involontaria ed escreti da ghiandole distribuite nell'epidermide e dalle mucose attorno agli orifizi (bocca,ano ecc).
Nel cane e nel gatto i feromoni vengono escreti principalmente dalle ghiandole periorali, dalle ghiandole sebacee del solco intermammario, dalle ghiandole ceruminose del padiglione auricolare, dalle ghiandole anali, dalle ghiandole sottocaudali e sopracaudali della coda e dalle ghiandole podali. Oltre alle ghiandole citate è possibile trovare feromoni anche nella saliva, nelle urine,nel liquido amniotico e nelle feci.
I feromoni possono essere trasmessi attraverso l'aria e l'acqua oppure depositati su superfici o sul suolo. La percezione nel cane avviene attraverso un comportamento denominato flehmen o lip-curl ,che consiste nel sollevamento del labbro superiore a bocca leggermente aperta in fase inspiratoria con successivo leccamento e arricciamento del tartufo. Nel gatto si manifesta con movimenti della lingua.




  • La feromonoterapia

L'idea che i feromoni potessero essere utilizzati nella terapia comportamentale nacque negli anni novanta con gli studi sul comportamento di marcatura facciale e urinaria del gatto. In seguiti a questi studi sono stati creati feromoni di sintesi per cani e gatti contenuti nei più famosi prodotti in commercio sotto forma di diffusori,collari,vaporizzabili.



La feromonoterapia può svolgere un ruolo importante in cane e gatti che presentano uno stato patologico ansioso,fobico o depressivo ed è da utilizzare sempre in associazione ad un progetto riabilitativo e in alcuni casi ad altri strumenti terapeutici (farmacologici ad esempio). In particolare nel gatto è molto importante la valutazione del territorio in cui vive e la sua ristrutturazione oltre al riequilibro delle relazioni familiari.



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