martedì 9 gennaio 2018

Regalagli un Sorriso

La prevenzione dentale assume un ruolo sempre più importante per il benessere dei nostri amici a quattro zampe (cane, gatto e roditori): parliamo di pulizia e detartrasi dei denti nel cane, gatto, conigli e roditori.
Fin da cuccioli è necessario tenere sotto controllo i denti e le gengive e imparare a prendersene cura: i denti definitivi, in quanto tali, non si cambiano più!.

Da una visita dentistica si è in grado di valutare lo stato generale della bocca, eventuali anomalie di dentizione e il rischio o meno di sviluppare patologie del cavo orale come gengiviti, stomatiti, parodontiti. La visita odontostomatologica (dentistica) è inoltre una buona occasione per abituarlo da subito alla manipolazione della bocca e ricevere indicazioni su una corretta igiene orale a casa. Mai come in questo caso prevenire è meglio che curare, è pertanto consigliabile rispettare i controlli periodici fissati in base alle condizioni della bocca del proprio animale sia esso cane, gatto, coniglio o roditore.

Parimenti all’uomo, anche nei nostri compagni a quattro zampe una bocca sana e pulita può garantire salute, benessere e buona qualità di vita. Una bocca “sporca”, invece, ospita pericolosi batteri che, insieme a saliva, proteine e particelle di cibo portano alla formazione della placca dentale. Questa è in grado di causare infiammazione delle gengive e, se non opportunamente rimossa, favorisce il deposito di tartaro in grado di danneggiare tutta la cavità orale, causando parodontite fino alla perdita dei denti coinvolti. I batteri della placca possono anche raggiungere il sangue, con il rischio di gravi infezioni a carico di organi vitali come cuore, reni, fegato e polmoni, sempre più pericolose man mano che i nostri amici invecchiano.

Noi della Clinica Veterinaria Borgarello consigliamo una visita dentistica routinaria come primo passo per proteggere la salute orale del nostro animale.
Con una visita dentistica attenta e mirata si può valutare la necessità di una detartrasi professionale che permette di eliminare tutto la placca e il tartaro presente nel cavo orale, individuare ed estrarre eventuali denti malati e, infine, lucidare le superfici dentali per ridurre l’adesione di nuova placca. Poi si continuia con la pulizia quotidiana o settimanale dei denti sia nei cani che nei gatti.
Ricorda che anche tu a casa puoi effettuare una prima valutazione della bocca del tuo animale: se vedi depositi gialli e marroni sulla base dei denti, gengive gonfie e arrossate, se percepisci alito cattivo o se noti che il tuo amico a quattro zampe ha difficoltà nel mangiare, è ora di una visita dentistica dal veterinario. Oltre a ciò, anche in assenza di particolari problemi un check-up di controllo andrebbe comunque eseguito una volta all’anno oppure ogni sei mesi se il tuo amico ha più di 5 anni.
La Clinica Veterinaria Borgarello, sempre attenta al benessere dei propri assistiti, ha realizzato la campagna “Regalagli un Nuovo Sorriso” in cui offre a cani, gatti, conigli e piccoli roditori una Visita Dentistica gratuita:


Se vuoi approfondire puoi leggere gli altri articoli sull'argomento pubblicati dallo Staff della Clinica Veterinaria Borgarello:

Come lavare i denti al cane
Prevenzione Dentale
Cura dentale nell'animale Anziano

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martedì 2 gennaio 2018

Il rigurgito nel gatto


Il rigurgito è l’espulsione passiva retrograda di cibo non digerito, acqua e/o saliva senza sforzo apparente: la differenza rispetto al vomito è dovuta al fatto che il rigurgito non prevede contrazione dei muscoli addominali. Questo fenomeno è provocato da un’anomalia esofagea che può presentarsi in qualsiasi punto dell’organo, ricordando un’importante differenza anatomica del gatto, rispetto al cane, ossia la presenza di muscolatura liscia nel terzo caudale dell’esofago (assente nei canidi).



Le cause di rigurgito nel gatto possono essere:

ü  esofagite: infiammazione dell’esofago da reflusso di succo gastrico
ü  corpi estranei
ü  stenosi esofagea acquisita: occlusione del tubo esofageo spesso conseguente ad esofagiti non trattate
ü  compressione esterna con restringimento del lume esofageo: può derivare da un’anomalia dell’anello vascolare o da una neoformazione nel mediastino craniale
ü  neoformazione esofagea: presenza di tumori dell’esofago quali carcinoma squamocellulare, linfoma oppure di granulomi o ascessi
ü  alterazione della motilità esofagea (compreso il megaesofago): esistono diverse patologie in grado di provocarla come la miastenia gravis, disautonomia felina, intossicazione da piombo, malattie neuromuscolari sistemiche. Ci sono inoltre razze predisposte, soprattutto quelle orientali ed il siamese


La sottile differenza “visiva” tra rigurgito e vomito contrasta con la grande differenza di approccio terapeutico, pertanto è molto importante l’anamnesi del paziente per poter inquadrare correttamente il sintomo; in casi dubbi, è consigliabile ricorrere a filmati. Altri elementi da tener in considerazione sono: età di insorgenza dei segni clinici, presunta ingestione di sostanze tossiche, farmaci o corpi estranei ed eventuali interventi chirurgici recenti, per la possibilità di reflusso di succo gastrico durante l’ anestesia.
Spesso i gatti che rigurgitano evidenziano una concomitante perdita di peso nonostante un appetito mantenuto ed, in generale, uno stato del sensorio nella norma.  La presenza di altri segni clinici è dettata dalla causa sottostanti il rigurgito ad esempio, in corso di patologie neuromuscolari, si avrà una debolezza generalizzata oppure segni di tosse qualora il rigurgito abbia portato ad una polmonite ab ingestis.


 L’approccio diagnostico al rigurgito nel gatto prevede innanzitutto esami del sangue e delle urine, volti a stabilire lo stato generale del paziente ed eventuali complicanze  dovute a squilibri elettrolitici, anemia o presenza di patologia infiammatoria. L’esame radiografico del torace è un valido ausilio diagnostico, in particolare in corso di patologie quali: megaesofago, neoformazioni mediastiniche (linfoma, timoma), masse esofagee o periesofagee e corpi estranei radiopachi. Normalmente l’esofago non è visibile radiograficamente, se lo diventa, allora bisogna approfondire. L’endoscopia è un altro strumento utile per identificare anomalie strutturali, meno su quelle funzionali. Qualora i suddetti test siano risultati inconcludenti o si sia identificato un disturbo di motilità, è consigliabile procedere con un’indagine neurologica, ambito nel quale può ricadere il megaesofago.

Il rigurgito è solo un segno di malattia, pertanto la terapia dipende dalla causa sottostante che bisogna risolvere: 
ü  esofagite: è una patologia spesso sotto-diagnosticata perché spesso subdola nella presentazione, con conseguenze potenzialmente molto gravi quali la stenosi esofagea. Se si ha un minimo dubbio, pertanto, è accettabile instaurare una terapia ex juvantibus e valutare un eventuale miglioramento, anche prima di aver ottenuto una diagnosi definitiva strumentale: fluidoterapia per prevenire eventuali squilibri idro-elettrolitici da anoressia, sucralfato per bocca al fine di proteggere dal reflusso gastrico e antiacidi (omeprazolo, famotidina, ranitidina). In presenza di concomitante vomito è opportuno introdurre antiemetici come la metoclopramide, molto efficace per via endovenosa, dotata anche di attività procinetica o il maropitant ad esclusiva capacità antiemetica. In alcune situazioni si deve ricorrere ad una terapia analgesica, poiché l’esofagite può risultare dolorosa: gli oppioidi rappresentano un’ottima scelta, in particolare la buprenorfina. Importante risulta poi il supporto nutrizionale con predilezione per cibi a basso tenore di grassi sebbene l’obbiettivo sia far mangiare il gatto, quindi spesso bisogna provare alimenti differenti fino a trovare quello più gradito. Nei casi in cui il rigurgito persista e quando si è controllato il vomito, può essere necessario ricorrere ad una sonda alimentare gastrostomica in attesa di risilvere l’infiammazione esofagea. In casi molto gravi, al fine di prevenire l’evoluzione a stenosi esofagea, è opportuno utilizzare il prednisolone
ü  stenosi esofagee: è un restringimento del tubo esofageo derivante da un’infiammazione grave o non trattata, generalmente entro tre settimane dall’insulto iniziale. Richiede un intervento chirurgico consistente nell’inserimento di una sonda a palloncino, procedura complessa e spesso da ripetere più volte



ü  corpi estranei esofagei: i gatti possono ingerire vari oggetti (aghi, ami da pesca) e la possibilità di rimuoverli per via endoscopica dipende dalla forma, dimensione, tempo di permanenza ed eventuali complicanze dovute alla loro presenza in esofago. In casi estremi si deve ricorrere a rimozione chirurgica ma tale pratica non è esente da complicazioni soprattutto deiescenze della ferita o infezioni secondarie
ü  neoformazioni esofagee: rare nel gatto. Il più comune tumore esofageo è il carcinoma squamocellulare. La rimozione chirurgica ha le stesse controindicazioni sopra descritte
ü  malattie neuromuscolari: il loro trattamento si fonda sul riconoscimento dell’eziologia. In presenza di megaesofago si ricorre a terapie di sostegno e supplementari rivolte alla gestione della patologia sottostante. E’ sempre consigliabile somministrare alimenti di diversa consistenza, per stabilire quale sia meglio tollerato, preferibilmente a basso tenore di grassi, suddivisi in piccoli e frequenti pasti, conferiti tenendo la ciotola più in alto possibile in modo tale da favorire la progressione del cibo lungo il tubo esofageo e, quando possibile, tenendo l’animale in posizione eretta per quindici minuti (cosa difficilmente realizzabile coi felini!)

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mercoledì 27 dicembre 2017

Avvelenamento da cioccolata nel cane

L'avvelenamento da cioccolata nel cane è un evento abbastanza comune soprattutto in questo periodo dell'anno in cui le nostre case sono piene di leccornie a base di cacao.
La sostanza tossica contenuta nei semi di cacao è la teobromina ma la sua quantità nei comuni preparati alimentari è talmente ridotta da non costituire un pericolo per l'uomo.
Negli animali domestici invece il metabolismo della teobromina è molto più lento e questo ne fa una sostanza potenzialmente pericolosa.




Nel cane l'emivita della teobromina è di 17,5 ore e i segni clinici dell'intossicazione possono persistere per 72 ore. Sembra che circa 1,3 grammi di cacao per kg di peso corporeo sia in grado di provocare la comparsa di sintomi. Alcuni tipi di cioccolata  come quella al latte contengono quantità minori di teobromina e quindi danno sintomi a dosaggi maggiori.
I segni più evidenti e meno gravi sono nausea, vomito, diarrea fino ad arrivare ad aritmie, convulsioni e morte. 




Il trattamento medico che deve essere effettuato dal veterinario deve essere il più tempestivo possibile perché se le quantità di cacao ingerite sono rilevanti l'animale piò essere in pericolo di vita.
La prima pratica è l'induzione del vomito se sono passate meno di due ore dall'ingestione altrimenti il trattamento mira al controllo della sintomatologia comparsa attraverso reidratazione, farmaci anticonvulsivanti e antiaritmici.  



Nei casi dubbi e se si sospetta che il proprio animale possa aver ingerito cioccolata è sempre bene consultare il veterinario per capire se la dose potrebbe causare problemi.
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mercoledì 13 dicembre 2017

Malattia di von Willebrand

La malattia di von Willebrand è una delle forme ereditarie più comuni nel cane ed è considerata un’alterazione dell’emostasi primaria. Per comprendere meglio l’eziologia della malattia occorre chiarire alcuni aspetti. Con il termine “emostasi primaria” si intende la prima parte del processo fisiologico che l’organismo animale mette in atto per arrestare il sanguinamento da soluzioni di continuo dell’albero vascolare.

L’emostasi primaria è costituita da due fasi:

  • Fase vasale caratterizzata da un’iniziale vasocostrizione riflessa da parte del vaso interessato dalla rottura per evitare la minor perdita ematica possibile, a cui segue un rallentamento del flusso sanguineo.
  • Fase piastrinica che comporta l’adesione delle piastrine nel sito interessato, seguita dalla loro attivazione, liberazione dei fattori piastrinici e aggregazione di esse. Il susseguirsi di questi eventi a cascata porta alla formazione del tappo piastrinico in pochi secondi.

La malattia di von Willebrand è causata da un’alterazione quali-quantitativa del fattore von Willebrand (vWf), una glicoproteina prodotta prevalentemente dall’endotelio dei vasi, la quale ha il compito di interagire con le piastrine e partecipare attivamente alla cascata coagulativa.

Se ne riconoscono tre tipi:

  • Tipo 1: il vWf è ridotto ma non assente (valori inferiori al 50% del normale). E’ la forma più comune e causa dei sintomi da lievi a moderati. Le razze predisposte sono Doberman, Pastore tedesco, Akita , Airedale ed Manchester Terrier.
  • Tipo 2: il vWf è strutturalmente anomalo e non riesce a formare i multimeri più voluminosi che servono a renderlo attivo nella cascata coagulativa. Causa sintomi da moderati a gravi e le razze soggette sono Bracchi Tedeschi a pelo corto.
  • Tipo 3: il vWf è praticamente assente. I sintomi sono molto gravi in quanto manca completamente la capacità di adesione delle piastrine ai tessuti vascolari. Le razze predisposte sono cani da pastore Scozzese Shetland e gli Scottish Terrier.

malattia von Willebrand

Genericamente i sintomi che più caratterizzano la malattia sono epistassi (emorragia nasale), ematochezia (sangue nelle feci), ematuria (sangue nelle urine), anemia, eccessivo sanguinamento durante una chirurgia.

Qualora il medico veterinario abbia il sospetto di tale patologia, sono diversi i test diagnostici cui è possibile sottoporre l’animale, come dalla valutazione del “tempo di sanguinamento buccale”, fino a test genetici attendibili al 100%.

Una volta diagnosticata la malattia occorre prestare particolare attenzione alla vita che conduce l’animale. Bisogna infatti evitare che il cane si tagli anche solo con un bastoncino, giochi in maniera brusca o gli vengano somministrati farmaci anticoagulanti.

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martedì 5 dicembre 2017

La tosse cronica bronchiale nel cane

La tosse cronica bronchiale nel cane, è una condizione patologica nettamente diversa dalla bronchite cronica dell'uomo. Nell'uomo infatti la bronchite cronica ostruttiva (COPD) è quella tipica del fumatore con enfisema, quindi interessamento polmonare. Nel cane invece, anche in ambiente di fumatori non si sviluppa bronchite cronica né enfisema.
La tosse cronica bronchiale è una patologia esclusiva delle vie aeree e quindi dei bronchi. Non è una patologia dei polmoni.
I pazienti con questa condizione rispondono molto bene ai corticosteroidi . Purtroppo invece in corso di fibrosi interstiziale i corticosteroidi non danno beneficio, il paziente si affatica tanto ed è una situazione molto debilitante.

tosse cronica bronchiale cane
Prendiamo in considerazione alcune leggi della fisica per capire alcune meccaniche respiratorie.
Legge 1: Una riduzione anche minima del diametro delle vie aeree determina un importante deficit di aria
Legge 2: E' il principio di Bernouilli secondo il quale quando la velocità dell'aria aumenta, la pressione diminuisce
In corso di tosse cronica bronchiale la presenza di muco nelle vie aeree determina una diminuzione del loro calibro, questo determina un aumento della velocità dell'aria che provoca a lungo andare il collasso delle vie aeree.
Purtroppo non esistono test per emettere una diagnosi.
Si possono eseguire dei radiogrammi in inspirazione e in espirazione.
In corso di patologia il cane tossisce tutti i giorni da mesi.
Nel gatto invece aumenta la frequenza respiratoria al contrario del cane che respira normalmente.
Spesso lo sforzo tussigeno determina bronchiectasia (bronchi dilatati). In questi casi spesso si assiste a forme di polmonite in seguito a colonizzazione batterica.
Questo quadro si verifica soprattutto in proiezione latero-laterale soprattutto nei bronchi principali.
A volte in radiografia si possono trovare restringimenti a livello della carena e questo potrebbe essere l'unico segno.
tosse cronica bronchiale cane.png 2
Cosa può causare la tosse cronica bronchiale?
-A volte può insorgere in corso di cardiopatie. Ed in questo caso si consiglia l'utilizzo di sedativi per la tosse;
-E' possibile che insorga anche nei cuccioli a causa di una broncomalacia congenita. In questo caso i soggetti presentano gravi difficoltà respiratorie
In ogni caso se il paziente non risponde alle terapie steroidee con alta probabilità non è affetto da tosse cronica bronchiale.
Per quanto riguarda il trattamento in realtà gli antibiotici non servono perchè spesso non è presente infezione, e se il quadro migliora con questi allora non si tratta di tosse cronica bronchiale.
L'uso dei broncodilatatori è molto discusso. Si possono usare ma i cani non presentano broncocostrizione come i gatti, per cui sembra non abbiano effetto nella specie canina.
La terapia d'elezione è il Prednisolone a partire da 1 mg/kg per via orale ogni 12 ore per una settimana e poi a scalare. Si nota miglioramento già dopo 2 giorni e si può poi restare entro un range di sicurezza.

A cura della dott.ssa Katiuscia Camboni

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martedì 28 novembre 2017

L'ipoglicemia nel gatto

L’ipoglicemia nel gatto è un’evenienza abbastanza rara e di solito è causata di una dose eccessiva di insulina anche se possono esserci altre cause.
I gatti con ipoglicemia presentano segni clinici quali debolezza, letargia, tremori, crisi convulsive fino alla morte.


Tra le principale diagnosi differenziali dell’ipoglicemia ci sono:
  •    errori di laboratorio quali errato utilizzo dei glucometri portatili o separazione ritardata del siero dopo il prelievo del campione
  •          dosaggio eccesivo di insulina in corso di terapia per il diabete
  •             sepsi o gravi condizioni infiammatorie
  •        problemi epatici congeniti come shunt o acquisite come le neoplasie
  •        digiuno prolungato o grave malnutrizione



L’iter diagnostico di fronte ad un gatto con ipoglicemia inizia con l’esclusione degli errori di laboratorio.

Una volta stabilito che l’ipoglicemia è reale si procede con l’esecuzione dell’emocromocitometrico e del profilo biochimico compresi gli acidi biliari per mettere in evidenza un’eventuale disfunzione epatica o un processo settico.
Successivamente si dovrà eseguire un’ecografia addominale per rilevare un’eventuale neoplasia.
L’ipoglicemia, se sintomatica, richiede sempre un trattamento di emergenza per non mettere a rischio la vita del paziente. Se il paziente è a domicilio ed è cosciente, nell’attesa di istituire un’idonea terapia, si può somministrare zucchero o miele sulle mucose.

Soprattutto se il paziente è diabetico in terapia con insulina è bene che il proprietario abbia sempre a portata di mano un kit di emergenza.  
A seconda della gravità dell’ipoglicemia possono essere necessari trattamenti diversi:
-se l’ipoglicemia è lieve e il paziente è cosciente devono essere somministrati piccoli pasti molto frequenti controllando frequentemente il valori del glucosio nel sangue



- nei casi più gravi la terapia prevedere la somministrazione endovenosa di destrosio che dovrebbe portare a un miglioramento nell’arco di 5-10 minuti

L'ipoglicemia rappresenta sempre un'emergenza e quindi in caso di sospetto o sintomi compatibili in un animale in trattamento con insulina è sempre bene rivolgersi tempestivamente ad una clinica veterinaria in grado di gestire in maniera idonea l'emergenza.
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martedì 21 novembre 2017

La carenza di vitamina C nella Cavia

La carenza di vitamina C nella cavia rappresenta una grave patologia per questo piccolo animaletto domestico.

La cavia, infatti, è uno dei pochi mammiferi incapaci di sintetizzare autonomamente la vitamina C. Per questo motivo risulta indispensabile fornirgliela dall’esterno, tramite l’alimentazione o prodotti specifici farmacologici.

Il fabbisogno giornaliero di vitamina C per una cavia in salute è compreso tra 10 e 30 mg/kg. In alcune condizioni, patologiche o fisiologiche, però il fabbisogno aumenta: in corso di gestazione, crescita, lattazione, stress o malattie concomitanti.

Cavie e cuccioli

E’ necessario fornire quotidianamente un’integrazione di vitamina C. Questa può essere fatta assumere alla cavia tramite un’alimentazione molto varia con verdura e frutta ricche di questa vitamina, come le brassicacee (cavoli, verze, broccoli e simili), ravizzone, peperone (rosso soprattutto), tarassaco, erba di campo, prezzemolo ed agrumi (arance e mandarini). Altri alimenti come mele, carote ed insalata ne sono, invece, poveri.

Una corretta alimentazione è assolutamente fondamentale per la salute delle cavie. Errori alimentari, come la carenza di vitamina C, possono predisporre questi delicati animaletti a svariate problematiche.

Cavia e peperone (2)

La patologia data dalla carenza di vitamina C (od acido ascorbico) prende anche il nome di scorbuto ed è caratterizzata da sintomi di diversa gravità legati all’apparato gastro-enterico, articolare, dermatologico e sanguigno.

La vitamina C ha un ruolo fondamentale nella sintesi del collagene, proteina presente nei vasi sanguigni, nella pelle, nei muscoli e nelle ossa. Proprio per questo, una sua carenza può provocare:

- alterazioni all’integrità dei vasi sanguigni con possibili emorragie soprattutto articolari e gengivali;

- degenerazione della mucosa intestinale ed infezioni batteriche secondarie, con conseguenti stasi gastro-intestinale, diarrea ed anoressia (riduzione od assenza di appetito);

- problemi dermatologici, come pelo opaco ed ispido, arruffato e pododermatiti (infiammazioni a carico delle zampe posteriori);

- disturbi articolari con tumefazioni o dolore a livello delle articolazioni soprattutto degli arti posteriori e riluttanza al movimento;

- alterazioni nello sviluppo di ossa e denti con instabilità dentale e conseguenti problemi di malocclusione.

In caso di carenze parziali i sintomi possono essere vaghi e poco specifici, come zoppie, diarrea e scarso appetito. In caso, invece, di gravi carenze si può arrivare addirittura alla morte.

E’ molto importante quindi essere informati correttamente sulle esigenze nutrizionali di questi roditori e fornire quotidianamente vitamina C con un’ottima alimentazione o con specifici preparati farmaceutici secondo il consiglio del proprio veterinario!

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martedì 14 novembre 2017

Frattura da Avulsione della Tuberosità Sovraglenoidea della Scapola

Oggi parliamo della frattura da avulsione della tuberosità sovraglenoidea della spalla del cane, una patologia relativamente frequente e debilitante per l’animale.

La spalla è un’articolazione complessa, all’interno della quale si trovano non solo legamenti, ma anche importanti strutture tendinee. La spalla è mantenuta in sede da un complesso sistema di stabilizzazione, rappresentato da legamenti, tendini, muscoli e dalla capsula articolare, che impedisce all’articolazione di compiere movimenti nelle diverse direzioni.

Nel caso in cui però una di queste strutture venga danneggiata, in seguito a micro e macro traumi, l’instabilità articolare che si crea, rappresenta il punto di partenza di alcuni disturbi ortopedici. Le lesioni legamentose e l’instabilità di spalla sono patologie piuttosto frequenti ad oggi ancora misdiagnosticate. Esse caratterizzano prevalentemente cani di taglia media e grande. Per instabilità di spalla si intende un aumento patologico del raggio di ampiezza del movimento articolare scapolo-omerale, che può essere sia mediale sia laterale.

frattura-spalla

Alla base di questa patologia vi sono delle lacerazioni o lassità delle strutture muscolari e legamentose mediali o laterali. Tali fenomeni sono di solito causati da traumi di carattere cronico, a dispetto di quelli acuti, esitando nell’instabilità di spalla e nella sublussazione dell’articolazione stessa. Le strutture colpite possono essere la capsula articolare, i legamenti gleno-omerale mediali e laterali, il tendine del muscolo sottoscapolare ed il tendine del muscolo del bicipite brachiale

La frattura d’avulsione delle tuberosità sovraglenoidea della spalla colpisce prevalentemente i cani durante la loro fase di crescita, in quanto nei giovani la struttura ossea non è ancora ben consolidata

Cos’è una frattura da avulsione? È una frattura causata da una brusca e violenta contrazione muscolare che determina un distacco osseo in corrispondenza dell'inserzione tendinea del muscolo stesso.

Questo tipo di frattura, non cosi’ frequente, si verifica a carico delle fisi di accrescimento della tuberosità sovraglenoidea della scapola. E’ causata da una trazione eccessiva da parte del tendine del muscolo bicipite brachiale che trae origine dalla tuberosità stessa. La lesione si rende manifesta in soggetti in cui la fisi è ancora aperta, cioè prima dei 5 mesi di vita del cane, età intorno alla quale la fisi della tuberosità sovraglenoidea si chiude completamente.

La diagnosi è clinica, la conferma si ha tramite uno studio radiografico.

La terapia è essenzialmente chirurgica e prevede la stabilizzazione della frattura mediante vite a compressione, in modo da annullare le forze esercitate dal tendine del bicipite. La prognosi è buona, ma dipende dalla tempestività dell’intervento e dalla stabilità ottenuta con la chirurgia.

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