martedì 11 aprile 2017

Wobbler o Spondilomielopatia Cervicale Caudale nel Cane

La Spondilomielopatia cervicale caudale del cane, spesso riportata come Sindrome di Wobbler, è una patologia dovuta ad anomalie delle vertebre cervicali medie-caudali e/o delle relative strutture articolari, che provocano una stenosi progressiva del canale vertebrale e mielopatia compressiva progressiva.

La denominazione Sindrome di Wobbler è legata alla caratteristica andatura barcollante che assume l'animale colpito.

La malattia è segnalata in molte razze di taglia grande come Setter inglese, Schnauzer gigante, Rottweiler, Weimaraner, Chow-chow, Golden retriever; tuttavia almeno l'ottanta percento dei casi riguarda Alano e Dobermann.

In realtà la denominazione di Spondilomielopatia cervicale caudale o Sindrome di Wobblem è un termine “ombrello” che racchiude presentazioni cliniche differenti: sebbene questa patologia venga trattata in un'unica forma esistono differenze sintomatologiche e patogenetiche fondamentali nelle diverse razze.

La spondilomielopatia cervicale caudale nell'Alano è una malattia dell'accrescimento che tende a svilupparsi nel primo e nel secondo anno di vita, mentre nel Dobermann i sintomi compaiono generalmente fra il quarto e l'ottavo anno di età.

Fra i vari Autori non vi è uniformità di pensiero circa la predisposizione di genere: secondo alcuni non vi sono differenze fra maschio e femmina, secondo altri vi è invece una netta predisposizione dei maschi.

Wobbler-cane

L'eziologia è multifattoriale: fattori genetici, nutrizionali ed ambientali giocano un ruolo più o meno importante a seconda del caso.

Molto plausibile è l'ipotesi che la conformazione anatomica della razza, con collo lungo e testa molto pesante, sempre più ricercata nella selezione genetica, porti a scaricare le forze in maniera anomala sulle articolazioni intervertebrali.

La malattia è indubbiamente più grave e precoce nei cani addestrati all'attacco, probabilmente per l'abnorme sollecitazione del rachide cervicale.

Lo spazio intervertebrale C6-C7 è nettamente il più coinvolto, a volte è interessato anche lo spazio C5-C6, mentre molto raramente C4-C5 e C7-T1.

Nell'Alano la compressione midollare può interessare tratti più ampi, da C4 a C7.

I segni clinici sono correlati a gravità, durata e caratteristiche di dinamicità della compressione del midollo spinale.

Nelle forme ad insorgenza progressiva, che sono le più frequenti, compare inizialmente incoordinazione del treno posteriore: l'animale cammina con movimenti esageratamente ampi e tende all'ambio. Ben presto compaiono paraparesi spastica e deficit propriocettivi; con il tempo la sintomatologia peggiora diventando più evidente, ed anche gli arti anteriori vengono coinvolti. Gli arti anteriori spesso presentano una certa ipometria e il cane cammina con piccoli passettini.

L'andatura tipica è caratterizzata da piccoli passettini sugli arti anteriori che contrastano con i movimenti ampi sui posteriori.

Spesso il collo è rigido, nel tentativo riflesso di stabilizzare la regione.

La forma acuta rappresenta solitamente un peggioramento della patologia presente a livello subclinico, o comunque precedentemente sottovalutata: un trauma minore può provocare la comparsa improvvisa di tetraparesi deambulatoria o non deambulatoria.

Per confermare il sospetto diagnostico occorre una visita specialistica neurologica associata a studio radiografico della regione del collo. Per raggiungere la diagnosi e valutare le possibilità terapeutiche è necessario ricorrere alla Tomografia Assiale Computerizzata (TAC o TC) o, meglio, alla Risonanza magnetica (RM). La Risonanza è l'esame di elezione perché consente di visualizzare anche lesioni all'interno del midollo spinale. Nel corso dell'indagine si ricorre ad uno studio “dinamico”, effettuando cioè delle scansioni con il collo in trazione per valutare la presenza o meno di instabilità.

cane-wobbler

La terapia può essere di tipo medico oppure chirurgico. La terapia medica prevede riposo associato a farmaci antiinfiammatori ed antidolorifici ed interruzione delle attività che sollecitano il collo quali addestramento all'attacco, salti o scatti o utilizzo di collari a strozzo.

La terapia chirurgica varia a seconda delle alterazioni riscontrate nel corso della Risonanza Magnetica, che può evidenziare quadri di compressione, instabilità ed instabilità associata a compressione. In presenza di compressione è necessario ricorrere a tecniche che consentano di ridurre la compressione midollare, in presenza di instabilità occorre invece stabilizzare le vertebre con tecniche differenti a seconda della situazione clinica, della capacità del chirurgo e della disponibilità economica.

La prognosi in caso di Sindrome di Wobbler è riservata e dipende dal grado e dalla reversibilità o meno della lesione midollare, dalla distribuzione della lesione, dalla gravità delle alterazioni anatomiche, dalla durata della compressione e dal successo della terapia chirurgica.

La prognosi nell'Alano è molto più riservata a causa della maggiore complessità delle terapie chirurgiche.

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martedì 4 aprile 2017

La malattia parodontale e i suoi effetti sistemici

La malattia parodontale o parodontopatia o parodontite è il risultato di una risposta infiammatoria alla placca dentale, cioè l'accumulo di batteri del cavo orale sulla superficie dentale, ed è confinata al parodonto, ovvero allo spazio che si trova intorno al dente. Si tratta con ogni probabilità della patologia di più comune riscontro nella clinica dei piccoli animali. Il segno più precoce della malattia è la gengivite, cioè l'infiammazione delle gengive. Se questa non viene trattata si può sviluppare una parodontite, caratterizzata da una reazione infiammatoria che provoca la distruzione del legamento parodontale e dell'osso alveolare che accoglie il dente. Alla fine una parodontite non trattata porta a mobilità e caduta del dente colpito, e spesso non è limitata ad un dente solo. L'infezione del parodonto può essere fonte di disturbi per l'animale. Sussiste infatti una forte evidenza che un focolaio infettivo a livello di cavità orale possa favorire lo sviluppo di un processo patologico a carico di un organo distante. Di conseguenza, la prevenzione e il trattamento delle malattie parodontali non sono finalizzate alla sola estetica della bocca ma necessarie per la salute generale e il benessere dei nostri amici a quattro zampe.

parodontite gatto

La causa primaria di gengivite e di parodontite è l'accumulo di placca dentale sulla superficie del dente; questa induce una risposta infiammatoria a carico dei tessuti gengivali e la sua rimozione ha come effetto la scomparsa dei segni clinici dell'infiammazione. Il tartaro compare secondariamente.

I meccanismi patogenetici implicati nella malattia parodontale includono le lesioni dirette da parte dei microrganismi della placca e le lesioni indirette da parte dei microrganismi che si instaurano a seguito del processo infiammatorio. Nella gengivite, la flogosi indotta dalla placca è limitata al tessuto molle. La profondità del solco tra gengiva e dente è normale (con la sonda parodontale, 1-3 mm nel cane e 0,5-1 nel gatto). Quando si instaura la parodontite invece, la distruzione infiammatoria della porzione coronale del legamento parodontale consente la formazione patologica di una tasca, detta tasca parodontale, di conseguenza la profondità del solco aumenta. Se il processo infiammatorio riesce ad evolvere, la cresta del processo alveolare comincia a riassorbirsi e inizia un processo di distruzione dell'osso alveolare. Il carattere e l'estensione della distruzione dell'osso alveolare possono essere diagnosticate radiograficamente.

La distruzione ossea orizzontale è spesso accompagnata da recessione gengivale e quindi non si osserva la formazione di tasche parodontali. Se non si verifica la recessione gengivale, la tasca parodontale è sopralveolare, ovvero al di sopra del livello del margine alveolare.

La distruzione ossea può anche procedere verticalmente lungo la radice formando difetti ossei angolari. La tasca parodontale diventa allora intra- o sotto-alveolare, vale a dire al di sotto del livello della cresta ossea.

L' esito finale della parodontite è la perdita del dente, evento dopo il quale la porzione crestale dell'osso alveolare subirà un processo di atrofia.

La diagnosi di malattia parodontale si fonda sulla visita clinica del parodonto con il paziente in anestesia generale, integrata dall'esame radiografico. E' essenziale differenziare la parodontite dalla gengivite al fine di instaurare un trattamento appropriato.

parodontite cane

Nei pazienti con gengivite, la terapia mira a ripristinare la normalità clinica dei tessuti colpiti; in caso di parodontite confermata, si punta a limitare la progressione della malattia.

La profondità del sondaggio parodontale, la recessione gengivale, il coinvolgimento della forcatura e la mobilità misurano il grado di distruzione del parodonto, consentono di valutare la presenza e la gravità della parodontite. Si è osservato che un'infezione grave localizzata nella cavità orale, come ad esempio una parodontite generalizzata, può favorire una setticemia transitoria durante la masticazione. In effetti, è stata dimostrata un'associazione tra malattia parodontale e alterazioni istopatologiche a livello renale, miocardico (cuore) ed epatico. In odontoiatria umana è riconosciuta l'associazione tra malattia parodontale grave e patologie respiratorie.

L'accumulo continuo di placca esita in gengivite. Non tutti gli individui affetti da gengivite non trattata sviluppano una parodontite, ma solo alcuni e questa evenienza non può essere predetta. Tuttavia è certo che la gengivite non si sviluppa in animali con gengive clinicamente sane. Quindi la finalità della prevenzione e trattamento della malattia paradontale è quella di mantenere le gengive in condizioni di salute atte a prevenire eventuali complicazioni.

Le semplici cure di igiene orale applicate con costanza a casa dal proprietario sul proprio animale possono sicuramente aiutare a prevenire, se non evitare, questa patologia e le sue complicanze.

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martedì 28 marzo 2017

Mortalità neonatale nel cucciolo e nel gattino

NATIMORTALITA': nati morti.
Nel gatto si verifica con una media del 10%
Nel cane si verifica con una media del 10-15%
MORTALITA' NEONATALE: nati vivi ma deceduti entro le 4 settimane di vita.
Nel cane e nel gatto si presenta con una media del 10-20% ma può arrivare fino al 40%.
MORTALITA' PERINATALE: nati morti + nati vivi e morti successivamente.

Nel gatto oltre il 90% dei decessi neonatali avviene entro la prima settimana di età, mentre nel cane oltre il 50% si verifica entri i primi tre giorni.
La mortalità neonatale tende a ridursi all'inizio dello svezzamento per poi presentare un nuovo rialzo dopo i 42 giorni a causa di patologie infettive.

Nel gatto è stato dimostrato che il rischio di natimortalità è correlato alla razza, all'entità della figliata e alla presenza di difetti congeniti.

MORTALITA NEONATALE NEL CUCCIOLO E NEL GATTINO 
Nella prima settimana di età le principali cause di morte possono essere dovute a:
-espletamento del parto,
-inappropriate cure materne,
-alla presenza di difetti congeniti,
-sottopeso alla nascita,
-inadatte condizioni ambientali (temperatura, umidità, igiene, sovraffollamento),
-inadeguata alimentazione,
-isoeritrolisi neonatale,
-setticemia

La mortalità neonatale può essere imputabile a molteplici motivi e può colpire improvvisamente o dopo una fase di progressivo deterioramento delle condizioni generali, comunemente conosciuta come "sindrome del cucciolo deperito".
Nel gattino le patologie infettive e soprattutto virali hanno un ruolo importante nella mortalità sia prima che dopo lo svezzamento.

Sebbene una certa percentuale di decessi sia da considerare inevitabile, il medico veterinario può contenere , attraverso una corretta gestione del periodo perinatale, sia la natimortalità sia la mortalità entro il limite del 20%.

A cura della dott.ssa Katiuscia Camboni

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giovedì 23 marzo 2017

I tumori negli animali domestici: la diagnosi

La diagnosi di tumore negli animali domestici è un punto spesso sottovalutato perchè molti proprietari e alcuni veterinari pensano che tanto non ci siano trattamenti possibili diversi dall’eutanasia.

In realtà la diagnosi è un passo fondamentale per la gestione del paziente oncologico perchè solo sapendo di che tumore si tratta sarà possibile pianificare la migliore terapia per quel singolo animale.
La diagnosi può essere fatta attreverso:
-SEGNI CLINICI, questi in caso di neoplasia sono spesso vari e aspecifici come dimagrimento, anoressia, emorragie, difficoltà respiratorie e intolleranza all’esercizio
-ANAMNESI è importante fare domande specifiche e mirate al proprietario. Informazioni molto importanti sono razza ed età dell’animale che possono indicare una predisposizione nei confronti di alcuni tumori.
Dovranno essere fate domande specifiche sulla funzionalità dei vari apparati.

-VISITA GENERALE deve essere svolta dalla testa alla coda senza tralasciare nessun apparato e prestando particolare attenzione ai linfonodi referenti (dimensioni, consistenza, mobilità)


-RADIOGRAFIE sono importantissime  per vedere alcuni tumori e escludere metastasi. Rivestono un ruolo fondamentale nella diagnosi dei tumori ossei. Le radiografie toraciche per la ricerca di metastasi devono sempre essere fatte in 3 proiezioni (latero-laterale destra, sinistra e dorso-ventrale o ventro-dorsale) perchè spesso alcune lesioni sono evidenti solo in una di queste
-ECOGRAFIA è la tecnica diagnostica migliore per quanto riguarda masse addominali
-TAC e RISONANAZA sono tecniche utilissime nei casi più complessi ma hanno costi più elevati e richiedono la sedazione del paziente
-ESAMI DI LABORATORIO possono essere d’aiuto ma spesso i tumori non danno alterazioni degli esami del sangue. Sono indispensabili per valutare lo stato generale del paziente e per pianificare una terapia


-ESAME CITOLOGICO può essere utile per valutare la maggior parte degli organi e dei tessuti ed è una metodica veloce ed economica. LE tecniche di campionamento possono essere diverse a seconda del tessuto da esaminare e a volte l’esame citologico potrebbe risultare non diagnostico in caso di prelievo non adeguato. Questo esame risulta anche fondamentale nella valutazione dei linfonodi.

-BIOPSIA fornisce un campione di tessuto per l’esame istopatologico e da una diagnosi definitiva.
Risulta di importanza fondamentale soprattutto in quei tumori che non dovranno essere asportati perchè necessitano di trattamenti diversi come radioterapia o chemioterapia e su cui quindi non verrà fatto un esame istologico


E' importante ricordare che senza una diagnosi non è possibile la corretta terapia e che l'oncologia sta facendo anche in campo veterinario passi da gigante per cui molti tumori possono essere curati o comunque si può garantire al proprio animale una buona qualità di vita per lungo tempo.

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martedì 14 marzo 2017

Il Comportamento della Cavia

La cavia è un animaletto noto per la sua docilità e dolcezza, ma scopriamo qualcosa in più sul comportamento di questo amato pet!!!

Innanzitutto la cavia è un animale sociale, ossia ama stare in gruppo, in compagnia. In natura verrebbero formati dei gruppi costituiti da un maschio dominante e da un harem di femmine con i loro piccoli. I soggetti svolgono insieme ogni attività stando sempre vicini. Essendo animali preda, infatti, trovano beneficio nello stare in gruppo per poter individuare più facilmente la presenza di un eventuale predatore. Essendo molto socievoli hanno bisogno sempre di compagnia, soprattutto dei loro simili: sarebbe meglio tenere le cavie in cattività in piccoli gruppi, di 2 o 3 animaletti.

Comportamento cavia - 1

La cavia è un animale molto abitudinario. Cambiamenti nella vita di questo roditore possono determinare stress più o meno forti.

La cavia è un animale particolarmente pulito. Dedica molto tempo, infatti, alla propria “igiene personale” leccandosi il mantello e pulendosi il muso. Queste attività spesso sono anche indice di buona salute.

La cavia in natura sarebbe un animale preda, motivo per cui ha un carattere molto timido ed attento ed è sempre pronta alla fuga in caso di sospetto pericolo. Un altro comportamento possibile in caso di paura è il cosiddetto “freezing”, ossia “congelamento”, l’immobilizzazione completa anche per alcuni minuti. In ambiente domestico le cavie necessitano di un ambiente tranquillo e di modi delicati e gentili. Sono molto docili se trattate con amore.

Comportamento cavia - 2

Le cavia è un animale molto comunicativo sia tramite atteggiamenti del corpo che tramite suoni. Ciò si osserva maggiormente quando convivono più cavie.

Le giovani cavie possono avere un atteggiamento particolare ossia quando sono contente, eccitate o spaventate eseguono rapidi salti verticali in aria sgroppando (“popcorning”).

Quando due cavie si toccano la punta del muso lo fanno per riconoscersi e salutarsi.

Può capitare che la cavia dia spinte decise con la testa: se lo fa con noi può significare necessità di attenzioni oppure di essere lasciata in pace a seconda della situazione; se lo fa con i suoi simili può essere un segno di dominanza od un invito al gioco.

Un segno di allerta delle cavie è rappresentato dal tendersi in avanti con la testa, immobile e pronta a fuggire.

Si possono osservare anche comportamenti meno carini, come i segnali di dominanza o di minaccia che possono avvenire tra maschi interi soprattutto: irrigidirsi sulle zampe, sbattere i denti, emettere sibili, rizzare il pelo del dorso, mostrare i testicoli, montarsi a vicenda.

Le cavie comunicano molto anche con i suoni, emettendo dei vocalizzi simili a squittii con significati precisi. Degli esempi sono: squittio acuto ripetuto più volte per contentezza o per salutare o come richiesta di cibo; grido acuto di allarme quando sono spaventate o vogliono segnalare un pericolo; suono basso emesso dalla madre per confortare i piccoli; “purring”, suono simile a fusa per contentezza od interesse verso qualcosa; “chirping”, suono simile ad un cinguettio forse in occasione di cambiamenti.

 

 

 

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martedì 7 marzo 2017

Embolo Fibrocartilagineo nel Cane: una Causa di Paralisi Acuta

La principale causa di infarto del midollo spinale nel cane è l’embolia fibrocartilaginea (FCE), patologia ad insorgenza acuta caratterizzata da ischemia di un settore della vascolarizzazione del midollo spinale.

L’infarto acuto e la necrosi ischemica possono insorgere come conseguenza della localizzazione di un embolo, che può avere origini diverse (trombo, metastasi tumorale, embolo settico ed embolo fibrocartilagineo), nelle piccolissime arterie e vene che si distribuiscono al parenchima del midollo spinale. Questo fenomeno, sempre acutissimo e non progressivo, può colpire qualsiasi distretto del midollo spinale ed esitare in paresi o paralisi acuta.

Nella maggior parte dei casi il materiale fibrocartilagineo che costituisce l’embolo sembra avere origine dal nucleo polposo del disco intervertebrale.

embolia-fibrocartilaginea-cane

La causa di questa patologia è ancora sconosciuta, e vi è disaccordo fra vari Autori su come questo materiale possa raggiungere i vasi sanguigni del midollo spinale.

L’embolia fibrocartilaginea è maggiormente frequente nei cani appartenenti a razze di media o grossa taglia, ma è stata descritta anche in cani di piccole dimensioni, soprattutto Schnauzer nano, ed in qualche gatto. La maggior parte dei cani colpiti è di media età, generalmente fra i 3 ed i 7 anni; non esiste predisposizione di sesso.

L’insorgenza dei segni neurologici è estremamente improvvisa, spesso si ha un notevole aggravamento nelle prime 2-6 ore dalla comparsa dei segni clinici. Nella metà dei casi l’embolo insorge immediatamente dopo un trauma di lieve entità oppure durante l’esercizio fisico.

L’esame neurologico consente di localizzare una lesione focale al midollo spinale.

I deficit osservati dipendono dalla regione midollare colpita e dalla gravità del coinvolgimento delle strutture nervose: la disfunzione neurologica può essere quindi lieve o grave.

E’ comune la presenza di lesioni asimmetriche, con il lato destro o sinistro colpiti in misura differente. Al momento dell’insorgenza dei segni clinici gli animali si lamentano come se provassero dolore, che tende però a scomparire nell’arco di 2-6 ore. Per questo motivo nella maggior parte dei casi il paziente non manifesta dolore nel corso della visita neurologica, neppure in seguito alla manipolazione della colonna vertebrale.

L’embolo fibrocartilagineo viene sospettato sulla base della visita clinica; per poter effettuare una diagnosi corretta è però necessario escludere la presenza di altre patologie che coinvolgono il midollo spinale come le ernie discali, i traumi, le discospondiliti.

cane-embolo-fibrocartilagineo

La diagnosi può essere formulata soltanto per esclusione delle patologie midollari acute di tipo compressivo ed infiammatorio. Per poter emettere il sospetto diagnostico di embolia fibrocartilaginea occorre quindi eseguire un iter diagnostico che comprenda radiografie della colonna vertebrale seguite da Risonanza Magnetica, a volte associata a prelievo di liquido cefalorachidiano.

La prognosi relativa alla guarigione è migliore in caso di presenza di dolore profondo, aumento del tono muscolare degli arti colpiti e riflessi spinali aumentati rispetto ai casi in cui l’animale presenta riduzione del tono muscolare e dei riflessi spinali.

Il trattamento consiste nell’adozione di misure di sostegno aspecifiche e alle cure infermieristiche volte ad evitare le complicazioni legate alla mole dei soggetti colpiti (piaghe da decubito,infezioni vescicali, atrofia muscolare). La maggior parte dei miglioramenti clinici avviene spontaneamente entro 7-10 giorni dall’insorgenza della malattia, anche se possono essere necessarie 6-8 settimane per un completo recupero funzionale. Se non si osserva nessun progresso entro 21 giorni è improbabile che possa seguire un miglioramento.

L’ottenimento di una diagnosi corretta è fondamentale per poter gestire al meglio il caso: se per l’embolia fibrocartilaginea bisogna solo attendere la risoluzione della patologia, per altre malattie che provocano paralisi la tempestività d’azione è invece determinante.

Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello.


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martedì 28 febbraio 2017

Dolore persistente nel gatto

Nell’ultimo decennio la diagnosi di patologie accompagnate da dolore persistente nel gatto è aumentata, contestualmente ad un allungamento dell’aspettativa di vita dei nostri animali domestici. La gestione del dolore è oggi uno degli obbiettivi più importanti della professione veterinaria e, più in generale, di quella medica.


Il dolore non è soltanto un’esperienza sensoriale (spiacevole!) ma anche emozionale, associata ad un danno reale o potenziale. Ciascun individuo e animale ha una propria percezione e reazione ad un evento doloroso e nel caso dei nostri pets la gestione diviene ancora più complessa poiché questi non sono in grado di “descrivere” ciò che provano.  Diviene pertanto fondamentale imparare a “riconoscere” i segni di dolore soprattutto quello persistente.

A seconda della causa e dei meccanismi scatenanti, il dolore a lungo termine può essere classificato in tissutale (infiammatorio) e neuropatico (con interessamento nervoso): in realtà le due situazioni spesso si sovrappongono sebbene i processi biochimici cellulari alla base siano differenti. Tra le principali cause conosciute di dolore infiammatorio persistente si possono annoverare: lesioni ulcerative, gengivo-stomatiti, otiti e cheratiti croniche, osteoartrosi, patologie oncologiche somatiche, infiammazioni croniche dell’apparato urinario e gastro -enterico, pancreatite cronica e patologie oncologiche (sia primarie che metastatiche) a carico dei distretti viscerali. Per quanto riguarda il dolore neuropatico, invece,  patologie potenzialmente responsabili della sua insorgenza sono: traumi accidentali o chirurgici (determinanti lesioni nervose, intrappolamento di nervi in suture o tessuto cicatriziale, neuromi da amputazione), patologie del sistema nervoso periferico e centrale e patologie viscerali croniche (IBD, cistite interstiziale felina).


Il primo passo per una corretta gestione del dolore persistente è il riuscire a riconoscerlo,  il che diviene una vera sfida quando si ha a che fare con il gatto. La sua natura di predatore solitario, ossessivamente territoriale e intransigente verso le ingerenze esterne, lo predispongono a mascherare in maniera a dir poco “magistrale” e impareggiabile la sensazione di dolore. E’ oggi unanimemente riconosciuto che la diagnosi di dolore si basi fondamentalmente sull’osservazione del comportamento del paziente felino piuttosto che su dati medici oggettivi: da ciò si evince l’importanza capitale di una stretta collaborazione veterinario-proprietario per rivelare la presenza di dolore. Un gatto che cambia le proprie abitudini motorie, l’atteggiamento con cui interagisce con i conspecifici e/o con l’uomo, che manifesti vocalizzazioni diverse dalla norma o qualsiasi atteggiamento indesiderato o inatteso, ad esempio eliminazioni inappropriate, ci sta sottilmente avvertendo che con elevata probabilità prova dolore.



Il secondo e altrettanto importante passo per una corretta gestione del dolore a lungo termine è quello di determinarne la causa e i meccanismi molecolari responsabili per poter scegliere la terapia farmacologica più adatta al singolo caso (approccio orientato al meccanismo).  Esistono infatti numerose classi di farmaci potenzialmente utili nel trattamento del dolore persistente ed è importante conoscerne la farmacocinetica, l’efficacia, la tollerabilità, partendo dal presupposto che dovranno essere somministrati a lungo termine. I principali sono: farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS)(elettivi nella gestione del dolore infiammatorio cronico) , gli oppioidi  (maggiormente usati nel dolore acuto o nelle terapie palliative avendo breve durata d’azione), il gabapentin e pregabalin (anticonvulsivanti ad azione anche analgesica, indicati per il dolore neuropatico), l’amantidina (antagonista dei recettori NMDA, utilizzabile in associazione ad altri farmaci), antidepressivi triciclici (TCA) e inibitori della ricaptazione della serotonina (farmaci largamente utilizzati nelle terapie comportamentali , ma utili anche in corso di gestione di dolore neuropatico). La palmitoiletanolamide (PEA) non è un farmaco in senso stretto, ma un lipide naturale che grazie alla sua attività stabilizzante nei confronti di mastociti e microglia sembra essere efficace nel controllo dei processi neuro-infiammatori condivisi sia dal dolore infiammatorio che neuropatico.


Nella gestione del dolore persistente non va infine dimenticato che esistono terapie coadiuvanti la farmacologica quali: laser terapia, omeopatia, riabilitazione motoria e agopuntura.


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martedì 21 febbraio 2017

Displasia dell’anca: cura omeopatica

La displasia dell’anca nel cane è una patologia molto diffusa e si manifesta con aspetti clinici variabili.

Questa patologia non è solo determinata da malformazioni congenite della testa del femore o della cavità dell’acetabolo dell’anca, ma anche, e soprattutto, dalla lassità articolare delle strutture legamentose preposte alla contenzione dell’articolazione: la capsula articolare ed il legamento della testa del femore. Spesso la deformazione dei capi articolari dell’articolazione dell’anca è secondaria a ripetute lussazioni e sub-lussazioni della testa femorale che possono determinare un completo rimodellamento di quest’ultima e del collo del femore.

La displasia dell’anca con il tempo porta ad artrosi dell’articolazione, cioè a lesioni strutturali degenerative non infiammatorie della cartilagine articolare, dell’osso adiacente e della capsula articolare.

Il moderno approccio all'artrosi causata dalla displasia dell'anca è multimodale: spesso si ricorre a terapia farmacologica antinfiammatoria associata, a seconda dei casi, a laserterapia, fisioterapia o, in caso di mancato miglioramento, alla chirurgia. Alcuni soggetti non possono però essere sottoposti ad anestesia e ad interventi chirurgici perché pazienti critici o anziani.

La Clinica Borgarello, attenta alle nuove necessità dei propri pazienti, ha incoraggiato la Dott.ssa Ferrari ad intraprendere un percorso di Medicina Omeopatica Veterinaria, focalizzando l'attenzione sul trattamento dell’artrosi.

La terapia omeopatica è particolarmente utile nei pazienti per i quali sia controindicato l’utilizzo di antinfiammatori convenzionali, con disordini della coagulazione o che non possono assumere farmaci antinfiammatori di sintesi.

I farmaci antinfiammatori non steroidei ( FANS ) possono infatti essere molto efficaci per il loro effetto analgesico e consentono di anticipare l’inizio della riabilitazione delle lesioni muscolo-scheletriche, ma sono frequentemente accompagnati da numerosi effetti collaterali che non devono essere trascurati nella gestione sanitaria del paziente.

Nonostante i FANS siano comunemente utilizzati nel trattamento delle lesioni acute dei tessuti molli, ad oggi la loro efficacia è controversa: secondo alcuni Autori i benefici a breve termine dei FANS sono controbilanciati da una compromissione a lungo termine della struttura e delle funzioni dei tessuti lesi.

Questi studi hanno mostrato che la somministrazione di FANS non selettivi o selettivi per COX-2 possono danneggiare o ritardare la guarigione delle lesioni ossee e ridurre l’integrità meccanica dell’osso guarito.

Anche per i farmaci corticosteroidei (cortisone) sono riportati in letteratura numerosi esempi di effetti collaterali secondari soprattutto al loro uso protratto.

homeopathy

L’obiettivo dell’Omeopatia non è solo quello di trattare il sintomo o la patologia, ma di curare l’animale nella sua complessità, composta dalle interazioni tra la malattia, il rapporto con il proprietario e l’ambiente in cui vive.

La terapia omeopatica agisce per ricostituire la situazione fisiologica normale dell’articolazione malata mediante la stimolazione dei processi anabolici e la contemporanea inibizione dei processi catabolici, in grado di promuovere e accelerare i processi riparativi e di guarigione.

La terapia omeopatica prevede l’uso di medicinali antinfiammatori che agiscono con meccanismi d’azione differente e rivoluzionari rispetto agli antinfiammatori convenzionali.

Il medicinale omeopatico antinfiammatorio agisce modulando il processo infiammatorio per mezzo della down-regulation delle citochine pro infiammatorie e della up-regulation delle citochine antinfiammatorie, riducendo i segni dell’infiammazione e accelerando la guarigione delle lesioni.

Non si osservano effetti secondari di natura sistemica, come ad esempio a livello dell’apparato gastrointestinale, cosa che nel trattamento prolungato con farmaci antinfiammatori si possono riscontrare.

La terapia omeopatica, quando corretta, è efficace a qualunque età, ma non è assolutamente possibile ricorrere al "fai da te"; la terapia deve infatti essere studiata appositamente per il paziente in questione.

Una cura omeopatica corretta in un paziente con buona capacità reattiva ed in assenza di concomitanti patologie generali gravissime, può ottenere in poco tempo un buon recupero funzionale del soggetto, indipendentemente dal grado di displasia, taglia ed età, rispettandone l’integrità ed evitandogli sofferenze.

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